LA WILD MIND DI OGGI: ERIC VENEZIANO
- wildmindmagazine

- Jan 6
- 5 min read
Eric Veneziano è un regista, sceneggiatore e autore.
Dopo aver iniziato il suo percorso nell'audiovisivo dirigendo videoclip per artisti emergenti, si è dedicato al cinema indipendente con film come “BLU COME I TUOI OCCHI”, premiato in numerosi festival internazionali, e “THE TAPE”, opera ispirata al mito di Peter Pan.
Parallelamente al lavoro cinematografico, ha pubblicato CINEXPRESS. Il passaporto per il mondo della cinematografia. Con “CALIMA”, romanzo interattivo che unisce scrittura, musica e contenuti audiovisivi, esplora nuove forme di narrazione e un percorso intimo di trasformazione e guarigione.

Ricordi cosa ti ha spinto a prendere in mano una videocamera per la prima volta? La videocamera è arrivata prima come un rifugio che come uno strumento vero e proprio. Per me era un modo per osservare il mondo senza sentirmi troppo esposto, da una distanza che mi faceva sentire al sicuro. Mi aiutava a rimettere ordine nel caos che avevo dentro e a dare una forma a emozioni che, a quell’età, non sapevo ancora spiegare a parole.
Ci sono state tante cose che da bambino non riuscivo a dire. Provare a raccontarle mi metteva in difficoltà, ma attraverso una videocamera riuscivo a farmi capire davvero, completamente. Era come se l’immagine parlasse per me, senza bisogno di giustificazioni o spiegazioni.
Ricordo anche che, da piccolo, organizzavo piccoli spettacoli in famiglia, spesso insieme a mia cugina. Erano cose semplici, ingenue, ma lì c’era già tutto: il desiderio di raccontare, di creare un momento, di condividere qualcosa con gli altri. Solo col tempo ho capito che quello è stato l’inizio di tutto. In fondo, quello che faccio oggi, compreso Calima, nasce ancora da lì: da quel bisogno istintivo di usare le immagini per dire ciò che a voce non riuscivo a dire.
Quando hai iniziato a pensare che questo potesse diventare il tuo lavoro, non solo la tua passione?
A dire la verità non c’è stato un momento preciso in cui ho pensato: “da oggi questo sarà il mio lavoro”. È stato qualcosa di molto più interno e graduale. Sentivo dentro di me la necessità di fare di più, ma non per entrare in competizione con il mercato o per dimostrare qualcosa agli altri. Era una spinta personale, quasi vitale.
Ricordo che in quel periodo lavoravo in un call center. I soldi che riuscivo a mettere da parte li usavo per comprarmi l’attrezzatura. Molti video li facevo anche gratuitamente, ma non perché non dessi valore al mio lavoro: semplicemente avevo bisogno di realizzarli. Era l’unico momento in cui mi sentivo davvero me stesso, in cui tutto aveva senso.
Poi, lentamente, sono arrivate le prime richieste di lavoro vere e proprie: videoclip, piccoli film, produzioni regionali. Nulla di improvviso o eclatante, ma sufficiente per farmi capire che forse quello che avevo sempre considerato solo una passione, o un modo per sfogarmi, poteva diventare qualcosa di più concreto.
È stato lì che ho iniziato a prenderlo sul serio. Non come un sogno astratto, ma come un percorso possibile. E da quel momento, passo dopo passo, è diventato davvero il mio lavoro.
Cosa avresti voluto sapere prima di iniziare?
Non è una domanda facile. Credo che tutti i lavori creativi, soprattutto quelli in cui devi fare i conti con il tuo inconscio e con la tua sensibilità, siano particolarmente complessi. Almeno per me non è mai stato un processo meccanico, una catena di montaggio in cui assembli pezzi uno dopo l’altro.
Avrei voluto sapere prima quanto fosse necessario avere un sentimento forte a guidarti. Non basta la tecnica, non basta l’attrezzatura, non basta nemmeno il talento se manca qualcosa di più profondo. Ogni progetto richiede una presa di posizione emotiva, una disponibilità a mettersi in gioco davvero, anche quando fa male.
Avrei voluto sapere che creare significa esporsi, accettare i momenti di vuoto, di dubbio, di silenzio, e continuare comunque. Che non sempre avrai risposte immediate, e che spesso dovrai fidarti di un’intuizione prima ancora di capirla razionalmente. In fondo, il lavoro creativo è questo: lasciare che un sentimento conduca il pennello, e avere il coraggio di seguirlo fino in fondo.
In che modo Calima ti ha accompagnato in un percorso di guarigione?
Prima ancora di diventare una storia, Calima è stato un’esperienza reale. Il calima è un fenomeno atmosferico tipico delle Isole Canarie: un vento che arriva dal Sahara e trascina sabbia e polveri sottili, avvolgendo le isole in un cielo giallastro, quasi arancione. L’aria diventa pesante, difficile da respirare, la visibilità si abbassa, tutto sembra fermarsi. È una condizione temporanea, ma totalizzante, che ti costringe a rallentare e a restare dentro quello che stai vivendo.
Quando mi trovavo a Tenerife e ho vissuto il calima per la prima volta, ho capito che stava succedendo la stessa cosa dentro di me. Il lutto, il senso di colpa, le domande irrisolte avevano reso l’aria interiore irrespirabile. Non vedevo più chiaramente, ero in una sorta di selva oscura personale, disorientato e senza punti di riferimento.
Ed è qui che entra il riferimento dantesco. Calima è costruito seguendo la traccia esistenziale del cammino della Divina Commedia: la discesa nell’oscurità, il confronto con i propri demoni, l’attraversamento del dolore e, solo dopo, la possibilità di una risalita. Come in Dante, non c’è una guarigione immediata, ma un viaggio necessario, fatto di tappe, di incontri, di prove interiori.
Il titolo nasce proprio dall’unione di queste due immagini: il calima come tempesta reale e il percorso dantesco come mappa interiore. Attraversare l’aria irrespirabile, accettare di non vedere, per poter tornare a respirare e, infine, riveder le stelle.

Quanto è stato difficile accettare la vulnerabilità che nasce dal raccontare qualcosa di profondamente personale, sapendo che una volta pubblicato non ti sarebbe più appartenuto solo a te ma anche allo sguardo degli altri?
Lo è stato, ed è stato molto difficile. Per scrivere Calima ho dovuto tornare indietro, anche in modo doloroso. Ho riascoltato vecchi audio di mia madre, ho rivissuto la stessa esperienza di quel giorno, con tutto il peso che si porta dietro. Non è stato un gesto nostalgico, ma una scelta consapevole e faticosa.
Ho capito che solo passando da lì potevo liberarmi davvero, o almeno iniziare a farlo. Evitare quel dolore avrebbe reso il racconto più facile, ma anche più falso. Riascoltare, ricordare, restare dentro a quelle emozioni è stato l’unico modo per scrivere con lentezza, con rispetto e soprattutto con autenticità.
Accettare la vulnerabilità, in quel momento, ha significato non proteggermi più. Espormi completamente, anche a me stesso, per trasformare quell’esperienza in qualcosa che non fosse solo sofferenza, ma memoria condivisibile. È stato difficile, ma necessario.
Cosa speri che il tuo lavoro lasci a chi lo incontra?
Direi che Calima è stato prima di tutto un impulso curativo. Ho preso un dolore reale e l’ho trasformato in una storia romanzata, ma il punto non è mai stato semplicemente scrivere un libro. Non volevo creare un oggetto da scaffale, qualcosa da leggere e poi riporre.
Da lì, attraverso molti tentativi, porte chiuse e momenti di frustrazione, sono riuscito a costruire qualcosa di diverso: un libro interattivo. Un’opera in cui il lettore ha la possibilità di compiere scelte narrative, di perdersi e ritrovarsi, di ascoltare musica, entrare in un linguaggio audiovisivo, incontrare brand, risolvere enigmi. Un vero e proprio labirinto narrativo.
Al centro c’è una storia d’amore, ma attorno a quella storia ruota un’esperienza a 360 gradi. Volevo che il lettore non fosse solo uno spettatore, ma una presenza attiva, qualcuno che attraversa Calima e non semplicemente lo legge. È questo che spero resti: un’esperienza che continua anche dopo aver chiuso l’ultima pagina.
C’è una frase che è diventata il tuo fuoco personale?
Credo che chiunque attraversi un dolore così profondo, un trauma o una ferita del passato, non abbia solo una possibilità, ma una responsabilità: trasformarlo in qualcosa di buono per sé stesso e per il futuro. Perché se quel dolore ti rende una persona peggiore, allora hai sprecato quel dolore.








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